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Male che vada insegneremo agli algoritmi

Scenario futuro: faremo “formazione formatori”, o meglio “formazione algoritmi formatori”, o “formazione robot formatori”, mentre le learning machine incorporeranno la glottodidattica e la applicheranno nell’insegnamento diffuso, long life learning, noi dietro, i “ghost writer”, a inventare nuovi metodi e nuove attività, retro-alimentando la ricerca creativa con le informazioni che nel frattempo l’IA raccoglie sul campo. 

Da discutere filosoficamente sull’aggettivo “formatore” se riferito ad un algoritmo, sia pure con sembianze umane, almeno quando il “formando” é un adulto già “formato". Questione di poca monta se andiamo a vedere. Qualcuno si ricorderà di noi insegnanti di lingue tra una cinquantina d’anni? Ma ci saranno tra noi i “TOP GUN” quelli che co-inventano simulazioni di successo, materiali innovativi…

Questo é lo scenario che mi ha suggerito un articolo letto di recente e scritto un anno fa dalla giornalista tech Alice Bonasio per il sito Quartz.com (lo trovate qui). Bonasio sente vari esperti di realtà virtuale applicata allo studio delle lingue, dirigenti di piattaforme ecc. In sintesi ne ricava questo: la realtá virtuale ha un vasto potenziale come strumento di apprendimento delle lingue. Ecco perché:

1- perché dialogare in una situazione virtuale mette meno paura che farlo “in real life”. Il CEO di ModlyVR, piattaforma per lo studio di una quantità di lingue in VR dice: “Dato che stai parlando con un carattere reattivo che sembra un essere umano - con tutti i significanti non verbali come le espressioni facciali e gli spunti del linguaggio del corpo che vanno con le interazioni della vita reale - si percepisce come una vera conversazione, ma senza i nervosismi che insorgono al pensiero di sbagliare o di sembrare stupido” Un’osservazione non di poco conto. (su ModlyVR potete farvi un’idea da questo video. D’accordo le rappresentazioni virtuali sono ancora rigide non proprio “reali”, ma ci si arriverà, ci si arriverà…)

2- La realtà virtuale é presentata come un medium ottimo per offrire quello che viene chiamato "apprendimento esperienziale”, cioè il famoso learning by doing. Meglio farlo che sentirlo raccontare insomma. 

3- la realtà virtuale é immersiva, quindi i contenuti con cui si interagisce in scenari virtuali si ricordano meglio (con annesse ricerche dell’università di Washington). 

É tutto un gioco di (ro)BOT (algoritmi di intelligenza artificiale che analizzano e comprendono il linguaggio di utenti in carne e ossa e interagiscono con loro). Questi BOT (sotto forma di personaggi virtuali) ti parlano, ti dicono le cose appropriate in scenari virtuali curati nei dettagli. Tu li ascolti e puoi anche vedere scritto quello che dicono. Poi il programma ti chiede di selezionare la risposta da una lista e dirla ad alta voce. Se la tua pronuncia é buona e il BOT ti capisce, ti risponde, facendo progredire la conversazione. 

Qui si aprono i problemi. 

La memoria. Memorizzerai meglio? quando ti troverai nella situazione reale sarai in grado di fare un recall di quello che hai sperimentato in VR? 

E qui si frappone il tema di oggi: esperimenti portati avanti da varie parti (Columbia University) dicono che ci stiamo disabituando a memorizzare. E ce ne eravamo resi anche conto. La grande mole di informazioni e la facilità di accedervi, moltiplica le possibilità di soddisfare la nostra inesauribile curiosità. Ma anche le informazioni immagazzinate si moltiplicano. La memoria ha limiti e se l’accesso alle fonti dell’informazione é contestuale, in tempo reale, allora ci abitueremo (giá siamo abituati) a fare dei nostri device delle estensioni digitali del “noi” fisico. Un noi “digitale”. Un male? un bene? ci piace? non ci piace? si tratta della realtà, non di quello che preferiremmo.

 

Si imparano meglio le lingue con la VR? o é solo divertimento? 

“Solo se le applicazioni sono fondate sulla scienza dell’apprendimento” dice Lewis Johnson presidente della piattaforma Alelo. Johnson ritiene che un buon modo per determinare se un'applicazione sia efficace nell'insegnare nuove competenze, invece di fornire semplicemente un'esperienza divertente, sia applicando il quadro della tassonomia di Bloom (a voi nota, ma vedete qui).  

"La maggior parte delle applicazioni per l'apprendimento delle lingue, come i giochi di memoria, si concentrano sul livello più basso della tassonomia di Bloom, ma la vera padronanza della lingua richiede un impegno con livelli superiori: applicare, valutare e creare”

 

Intanto ho cominciato a leggere alcuni post entusiastici sulle prime applicazioni della VR nelle attività didattiche in aula. Sí, proprio nelle aule italiane.

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